martedì 17 maggio 2011

Flessibilità del lavoro: quando si piega un corpo precario.


In Italia abbiamo lo strano vizio di calare riforme rivoluzionarie, senza aver prima preparato il campo culturale, per far si che le stesse non ottengano il risultato opposto a quello prefissato.
I casi più evidenti sono quelli dei finanziamenti a fondo perduto alle nuove iniziative imprenditoriali e la flessibilità del mondo del lavoro.
La moda degli incentivi a pioggia, senza un serio vaglio dei progetti imprenditoriali, genera la cattiva selezione degli operatori che costituiranno il tessuto produttivo del paese, con il risultato che questi alla prova mercato verranno presto buttati fuori, a danno di iniziative innovative e lungimiranti che invece si troveranno bloccate per mancanza di fondi, e destinate ad emigrare se sotenute dalla convinzione della bontà delle stesse.
Spostandoci nel mondo del lavoro, mi piace usare la metafora del corpo precario che se sollecitato a flettersi si spezza. Questa immagine ben rappresenta la situazione del mondo del lavoro in Italia. Si è introdotto il principio della flessibilità senza valutare se il campo di applicazione avesse la preparazione culturale per accoglierlo. Il risultato è stato il ricorso improprio a questo strumento, che ha generato vantaggi soprattutto nella parte forte del mercato del lavoro.
Stante il basso tasso di reinserimento alla fine di un contratto di lavoro a tempo, era richiesta una presenza più attiva dello Stato.


Il risultato è che oggi la flessibilità si è tradotta in precariato, e gran parte dei giovani non è in grado non solo di pianificare la formazione di una unità familiare ma anche l'acquisto di una casa e addirittura di un auto.
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