lunedì 2 maggio 2011

Il permesso di vivere

Quando decisi di lasciare il mio Paese mi riproposi ti tornarci più ricco e più felice, magari per portarci l'esperienza degli occidentali, la loro tecnica, il loro benessere. In quel momento avevo solo il necessario per attraversare l'oceano e sopravvivere per qualche giorno.
Il maestro ci aveva fatto vedere delle foto dell'Italia, un paese fantastico, abitato da gente solare, e nell'unico posto del villaggio in cui c'era un televisore ho anche sognato per qualche minuto di assaporare le bontà di quel paese e poter ridere come gli italiani.
Ma ridere non è un diritto, come anche la felicità, come se al mondo non fossimo tutti uguali, tutti destinati a fare la stessa fine anche se in modi diversi.
Quando giunsi in Italia capii subito cosa voleva dire "diritto" e cominciai a rassegnarmi che fosse sinonimo di privilegio, di permesso. Ecco, il diritto era vincolato al permesso, il mio diritto di vivere era più che altro un permesso di vivere ed io non sapevo come fare per ottenerlo.
Le mie speranze di tornare ricco e felice si spensero presto, come l'unico televisore del villaggio quando era l'ora di dormire, di chiudere per un po' gli occhi, sperando di poter essere come un italiano almeno nel mio mondo, quello dei sogni, almeno là per vivere non devo chiedere il permesso a nessuno.

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